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“Belli, fragili e imperfetti”

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Un brano del libro “La meraviglia del poco”, volume scritto da Franco Pagnotta e da me pubblicato col marchio Mario Vallone Editore.

m.v.

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Belli, fragili e imperfetti

Erano come gli uccelli, i figli dei contadini, che se ne andavano felici tra i campi e sugli alberi, sfamandosi con prugne e turgidi fichi e bevendo al ruscello che mormorava nella frescura. Erano tutti belli, i ragazzi di allora, forse era la povertà a farli così, sempre alle prese con un progetto da mettere in pratica, con la mente ad industriarsi per trovare la soluzione giusta. Faccia bruna e occhi neri sempre in movimento, a cercare qualcosa di indefinito, qualcosa che aveva un nome solo quando la si era trovata.

 

Padroni del tempo e del mondo, eppure non possedevano nulla se non la loro libertà, quell’impercettibile sensazione di appartenere al vento e alla campagna, e la consapevolezza di potere ribellarsi sorridendo a chi quella libertà aveva barattato con palazzi e terreni. Piccoli uomini che imparavano presto le cose della vita di cui non riuscivano a trovare un legame con quelle della scuola e non capivano perché quando non sapevano rispondere al maestro venivano chiamati asini, animali a loro familiari, miti e pazienti bestie che chiamavano per nome e vi saltavano in groppa accanto al papà che camminava a piedi, di lato, tenendo la corda.

 

Monelli, quei ragazzi, che non nascondevano la propria fragilità, quella difficoltà a correre veloci con la mente come facevano con le gambe, un ostacolo difficile da superare, che veniva a galla specialmente nell’aula scolastica, una stanza umida con il pavimento di tavole che dava sulla strada principale. E arrossivano, nel cappotto che gli andava stretto e sotto il cappello di plastica, quando venivano interrogati sull’impresa dei Mille o sulle operazioni con il diviso, interminabili secondi di silenzio e di sguardi sfuggenti che venivano scanditi dalle pressanti richieste dell’insegnante: allora, lo dici? non lo sai? zero con la coda. E lui, il figlio della terra, tornava a sedersi, abbassandosi i copriorecchi del berretto per nascondere il rossore del volto, mentre aspettava che si quietasse il risolino e la presa in giro dei compagni.

 

Avrebbe voluto dirgli che lui non aveva testa per quelle cose, ma sapeva benissimo come si fa a seminare il grano e a ricavarne il pane, sapeva benissimo come si prepara la ràsola sui sentieri scoscesi in vista della caduta delle olive, conosceva benissimo, lui, l’odore dei trappeti e il colore dell’olio, ma al maestro questo non interessava, neanche se quell’alunno asino aveva avuto il tempo per aprire il libro e neppure se comprendeva le più semplici parole della lingua italiana. Belli e fragili, alcuni di quei miei compagni di primavera, e impotenti, davanti ad un padre a cui più che la scuola interessava l’aiuto in campagna, e quella volta che se n’erano andati in giro un pomeriggio intero con gli amici, tornavano al nido impauriti, sicuri della punizione che li aspettava e che arrivava appena varcata la porta di legno. Lui era lì, con il nerbo in mano, non padre, in quel momento, ma giudice severo.

 

Domande più volte ripetute e ogni volta con tono più alto e minaccioso, e poi nerbate sulle braccia e sulle gambe, agili fili d’erba che durante il giorno erano state ali di libertà. Impotenti, i piccoli uomini che per una volta avevano scelto di vivere la loro età, fragili, sotto quei colpi che lasciavano segni rossi e pianti imploranti, colpi come sciabolate, che si fermavano solo dopo le suppliche della mamma per interrompere quell’immeritato supplizio. Scene, queste, che facevano parte del nostro quotidiano, perché, anche se erano rare, lasciavano piccole ferite anche in tutti noi quando, la mattina dopo, a scuola incrociavamo i loro occhi, un po’ spenti, quasi assenti. E capivamo tutto. Con gli anni, quando quei monelli trasformarono per sempre le gambe in aquiloni, volarono via e costruirono la propria vita lontano dal paese, ma sempre vi tornarono, per abbracciare le proprie radici e quel padre che non smisero mai di amare, quell’uomo ormai vecchio che negli anni molte volte al sudore mischiò lacrime di amarezza, di pentimento e di orgoglio, di rabbia, anche, per non essere mai riuscito a liberare la mente dai rumori sinistri di bombe e dalla paura di un non ritorno.

 

Fragili, i ragazzi degli anni ’50, anche nel cuore, quando sobbalzava in petto alle prime avvisaglie d’amore che apparivano all’improvviso un mattino di primavera intiepidito dal primo sole che asciugava capelli lunghi e biondi sopra un balcone, e dalla strada i loro occhi luminosi e bruni seguivano i lenti e decisi movimenti di una mano gentile che li pettinava. Fragili e impreparati, i bei monelli, ad affrontare situazioni che richiedevano parole che non trovavano. Ma bastava uno sguardo, a loro, per rapire gli occhi di lei, che gli sorrideva discreta e timida, muta e disarmata di fronte al richiamo del cuore. Amori dal tempo imprevedibile, come il sole di marzo che può splendere un giorno o un’ora, amori forti come legno d’ulivo o fragili e impauriti. Storie che a volte venivano interrotte, anche definitivamente, per quella ragazza che da Milano, dov’era emigrata con la famiglia, in estate tornava al paese con i genitori e conquistava il cuore spavaldo e imperfetto di quel compagno di scuola che l’aveva sempre ignorata e che ora si perdeva nei suoi sguardi di sole.

 

Amori di un’estate contadina, strade che si incrociavano per brevi tratti o soltanto si sfioravano, brevi capitoli di giovani vite destinate a formare, dopo molti anni, quel libro di ricordi che già dalle prime righe ti stringe il cuore. E capisci che la felicità non è nella ricerca della perfezione, ma nel portarsi appresso, con leggerezza e disincantata disinvoltura, quell’imperfezione e quella fragilità che ti fanno sentire libero e trasformano le tue gambe in aquiloni colorati.

Franco Pagnotta

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