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“La meraviglia del poco” secondo Pino Cinquegrana

La meraviglia del poco, di Franco Pagnotta- Mario Vallone editore 2020

Analisi e presentazione

Prof. Giuseppe (Pino) Cinquegrana*

                La famiglia, l’amore, il vissuto intimo e il sociale costituiscono le stratificazioni che, nell’insieme, danno corpo a questo nuovo lavoro di Franco Pagnotta. Una ricerca di immagini, proiezione di attimi della sua stessa interiorità affettiva che, allo stesso tempo, è desiderio di riportare in superfice cromatismi emotivi di quel poco che ha reso meravigliosa la sua vita, fino alla laurea nel 1975, e lo fa in modo asciutto, tra prammatica e pratica, tra morale e apologia della sensibilità (Sensucht). Un lavoro in apparenza di semplice narrativa, ma come ebbe a scrivere il filosofo George Sand: niente è più difficile che vivere con semplicità, e ritrovare in essa che incarna il poco la felicità della vita.  E, aggiungo, io, in ciò c’è la meraviglia del meravigliarsi, non come stordimento primitivo nell’osservare le fenomenologie, ma come lettura filosofica che l’autore qui presenta come concentrazione sulla persona e della sua esistenza in una sorta di meraviglia del paradosso: il poco e non l’assai. Il troppo. Chiara letteratura antropica delle contraddizioni sociali.

                 Un lavoro, questo, che oltre al suo trascinarci dentro la musicalità narrativa, è di focale importanza la dimensione comparata tra cosa è stato o significa l’antico e cosa è il presente, che ha sempre lo sguardo verso un ipotetico futuro; quali sono i confini della civiltà contadina e artigiana fatta di spazi e tempi, relazionalità e comportamentalità, ruoli e vicissitudini  e quella delle città moderne industriocentriche; tra tecnologie come telefonini, computer e relazioni virtuali e incontri umani. Interrogazioni antropologiche forti che mettono in gioco mente e materia, spirito e corpo. E, in tutto questo, credo di interpretare il giusto messaggio dell’amico giornalista e professore Franco Pagnotta, ovvero sfruttare il tempo che ci è concesso nella pienezza del meravigliarsi del poco… che è sempre assai, sublime partecipare a riscoprire lo stordimento del meraviglioso fatto di ansie, paure, passioni, sguardi, gesti, incontri.

                 Le sigarette aprono questo lavoro che rimandano al periodo del boom economico degli anni Sessanta, quando l’Italia provava a cicatrizzare le sue ferite dopo due rovinose guerre, che videro al fronte contadini che lasciata la zappa hanno imbracciato il fucile, e mi riferisco alla 132° compagnia “Catanzaro” tutta calabrese che ha annientato il nemico d’oltre Alpi.

                Le Nazionali Esportazioni erano state introdotte, dal Monopolio post-unitario di stato, nel 1891. I tabacchini li vendevano insieme ad altre sigarette come le Nazionali semplici o le più disgustose Alfa, comprabili anche singolarmente; ma il tabacchino era anche il luogo dove comprare i fiammiferi di legno e il sale sfuso. Al tabacchino si vendeva anche il chinino di stato contro la febbre malarica. Nella vicina Jonadi sorgeva l’ospedale internazionale antimalarico dove furono ricoverate figure di primo piano dei governi europei, americani e russi. Si poteva trovare anche roba di origine straniera, ma per questo era necessaria una licenza a parte.

               Frammenti di memoria in chiaroscuro che Franco Pagnotta ci fa rivivere facendoci entrare nel lungo metraggio fatto di incontri semplici, e di piccole cose un mondo pascoliano, lirico, in cui tutto si condivideva compresa la sigaretta, che si accendeva strofinando i fiammiferi di legno, l’abbattari, nel dialetto calabro-siculo, di richiamo allo strofinio focale a produrre la fiamma. Sigarette che si prendono tra le mani e si portano alla bocca seguendo ritualità precise, esprimendo esaltazione, personalità, forza… in una parola a new way of life (un nuovo stile di vita). Fumare la sigaretta confezionata va oltre quella del tabacco trenciato (grezzo) messo nelle cartine o nelle tenere foglie del granturco essiccate allo scopo…l’emigrazione cambierà tutto questo e gli emigrati portano al paese accendini in ghisa e sigarette di marca profumate, più raffinate che davano l’idea di un benessere altro….

                  Carichi di pathos i luoghi frequentati dai discipuli nella bottega del calzolaio, del falegname, barbiere, la farmacia. Agorà dove raccontare e raccontarsi di tutto, dove i discipuli ubbidivano al mastro andando a comprare le sigarette, imparando il mestiere che potevano, un giorno, dichiarare sul foglio d’imbarco verso l’America, e la caravella delle sigarette vederla materializzarsi come simbolo di una nuova identità possibile giungendo nella terra della Liberty and opportunity illuminata dalla fiaccola della statua della libertà.  Nel frattempo si osserva il mastro, che fuma fino all’ultimo la sigaretta, con il fumo che avvolge il suo volto in una sorta di nebbia quasi da renderlo quasi una divinità… d’altronde le arti sono protette dal dio Apollo…… Solo gli uomini fumano e i giovani per darsi una aria di stile e per farsi notare dalle ragazze all’uscita dalla chiesa con discrezione.

           Andare all’arte era la necessità di potere un giorno aprire una bottega propria, diventare artigiano/maestro del luogo, con il ruolo sociale che apparteneva alle maestranze. Molti erano i ragazzi presso le diverse botteghe, segno di borghi abitati e animati da tanta gente che la mattina si svegliava con il rumore delle forge, con il battere dei telai da parte delle donne, il vocio di contadini che si recavano nelle campagne. Oggi i paesi vivono l’abbandono delle rughe,  e le case chiuse divengono segni della memoria di chi ha abitato, di quanti hanno vissuto in quei luoghi, in quelle case. L’urbanizzazione ha trasformato le società e i borghi del sud. Una lettura che oggi viene riproposta in chiave turistica per rilanciare una certa identità di quello che è stato tra storia e cultura, paesaggio e gastronomia, museologia e tradizioni.

             Attimi di vita, di storie vissute…miscela che riaccende immagini dentro microstorie del poco, attraverso un “io” palese, di chi cammina tra le macerie di un passato ritrovato tra gli oggetti del tempo: la valigia, una vetrina, un pallone. Meraviglie del poco che è stato, perché tutto era a metà: metà birra e metà coca, metà panino perché comprato mettendo i soldi in due, persino la benzina si metteva miscelata metà e metà. Piccoli templari per gioco, dove il doppio costituiva l’essenza della stessa vita e vitalità.

               Nell’opera di Franco Pagnotta c’è tutta una antropologia del sentire di voci ancora chiare e comprensibili, perché come dice Marcel Proust in “Remembrances”: quando tutto scompare del passato rimangono ancora gocce di rugiada palpabile dalla memoria, mentre sempre più velocemente è avvenuta  tanta trasformazione sociale e comportamentale fatta di twitter e instagram, di fb ed internet  fonti di una virtuale esistenza a cui manca il fattore umano della meraviglia, dello stupirsi, del desiderio e persino della ludicità, che Franco ripropone nel gioco delle homilla di greca memoria o del ludus castellarum  come amava dire Ovidio, in poche parole del gioco con le nocciole più volte raccontate dallo stesso Corrado Alvaro.

             Donne con donne, uomini con uomini … descrizioni di ruoli … di vestire mode miste tra quanto arriva da fuori –  dal nord Italia o dalle Americhe – e l’essere gente del Sud, di quel mediterraneo crocevia del mondo, che imponeva alle donne le regole di un comportamento dal timido sorriso senza distrazioni altre; agli uomini le regole del rispetto. Modus vivendi di paremiologi letture.

            L’arrivo di ragazze da fuori ci vengono presentate da Franco come lo stordimento del maschio del luogo. In questo passaggio letterario di Pagnotta è come un rileggere i poeti maledetti tra i quali Frank Wedekind in “Mihne Ha ovvero della educazione delle fanciulle”, le uniche che possono portare disonore per sé e per la famiglia e, allora, devono camminare con riservatezza, parlare poco e stare “canto canto”. Frank Paci di questo agire ne fa una vera e propria letteratura meridionalistica.

                Ed ecco, finalmente, una casa propria, comprata con sacrifici, con la vetrina dei liquori da omaggiare agli ospiti; una casa con il Phonola: la radio a valvole e una manopola per trovare le onde di trasmissione e il televisore a valvole, il Mivar, dove seguire il musichiere, alle cui trasmissioni partecipò anche la stessa Vibo Valentia. Casa condivisa con animali dai nomi umani perché essi rappresentano la necessità umana nei lavori quanto nel quotidiano…. E poi… tuttu si aggiusta…!

            Storie multiple, di una mai dimenticanza ma di sola appartenenza, che Franco Pagnotta presenta attraverso titoli e versi di canzoni che hanno scaturito emozioni, sentimenti, nostalgie e rimpianti in quelle generazioni degli anni Sessanta e Settanta e parte anche degli anni Ottanta….

              Tradizioni di un tempo, come il togliere il fogliame alle pannocchie, e a chi capita di trovarne una rossa, si preannuncia un immediato fidanzamento…semplici illusioni di un mondo bucolico, lettura esistenziale determinata dal destino.

               Tradizioni come il regalo dell’oggetto alla propria amata, per spuscari (togliere le foglie) il granturco, d’a schiccia: simbolo e desiderio di accasarsi, cosi come d’a navetta alle tessitrici su cui lati vi erano i nomi di lei e di lui…quasi una fedina che impegnava il loro amore.

              Tradizioni del gridare San Paulo, per esorcizzare il male, di solito per allontanare i serpenti…

                Tradizioni per usare il fazzoletto bianco nuovo in cui mettere le uova da portare alla comare che li aveva richiesti…indimenticabile fazzoletto per salutare il marito o il figlio in partenza per l’America…fazzoletto della speranza!

                La figura di Don Agostino, custode della fede e della morale, è una sorta di spartiacque tra quanto è stato e il mondo che cambia, meglio compreso dalla sua perpetua che poi è sua sorella, con la quale le giovani ragazze si confidano e chiedono un parere…

Ormai tutto è un’altra cosa…e a noi, a voi, rimane questo scritto di Franco, scrigno della nostra memoria di quando il poco era l’abbondanza…anzi era tutto!

*antropologo

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