Il ritorno dall’Inferno, ovvero il contrappasso della parola.
Con “Il ritorno dall’inferno”, Mario Vallone Editore, 2026, Michele Furchì, irrompe, in campo editoriale, con un testo, dall’argomento surreale, che scardina i canoni che, da anni, ormai, e in tante sue altre pubblicazioni, connotano la poetica dello scrittore di Santa Domenica di Ricadi. Autore di romanzi, sempre legati alla realtà meridionale, che si può designare quale suo centro di gravità, Furchì ha continuamente offerto un quadro ora a tinte marcate, ora contrassegnate da profondo realismo, del mondo in cui vive, trasportandolo, anzi impiantandolo, in una realtà ora lontana nel tempo e nello spazio, ora coeva, ma sempre contrassegnata dalla presenza di personaggi dalla forte personalità. Costoro si impongono, come indesiderati, nella realtà in cui si muovono oppure sono tanti vinti dalla società che continuano a naufragrare davanti agli occhi dei potenti e dei prepotenti, senza che le loro ansie vengano colte o, addirittura, avvertite. Si rivive, spesso, tra le righe, quella realtà fatta da soprusi, mortificazione, umiliazione, avvilimento. E questo è il marchio che, ancora di più, rende insopportabile, il già difficile e, quasi impossibile, cammino di tanti suoi personaggi che la realtà, stigmatizza. Sono coloro i quali cercano di deviare da quel sentiero che il fato, inesorabile, impone, come fardello e risultano, così, le nuove vittime, per le quali, ab aeterno, è stato stabilito un determinato percorso. Da questo non è possibile scostarsi, poiché pesa su di loro, come spada di Damocle, una condanna ancora più umiliante. E tale condanna provoca, inesorabilmente, il male di vivere che è l’inferno dei morti viventi! Nelle pagine del nuovo romanzo, infatti, si agita una umanità nella quale il male muove le fila dei nuovi vinti, fino a quando non fa entrare sulla scena chi, da sempre, è contrassegnato come esponente degenere di una umanità che ha smarrito il senno. E nella folla di morti viventi, si muove chi si è macchiato del peccato dei peccati, il deicidio, determinato dal tradimento del Figlio dell’uomo. Giuda Iscariota, un nome che “fa tremare le vene e i polsi” e che incute, fin dalla notte, in cui il tradimento è stato perpetrato, forte inquietudine e profondo terrore, al solo pronunciarlo o sentirne il suono malaugurante! A metà strada tra le terrificanti scene apocalittiche e quelle più intense e contrassegnate dal terrore, il personaggio chiave del romanzo, Saverio, l’alter ego, di Furchì, rivive ora l’esperienza di Giovanni Evangelista, descritta nella sua Αποκάλυψη (Apocalipsi), ora quella di Dante, vissuta, durante la discesa nell’Inferno. Ed ecco riapparire, sempre più raccapricciante, quel mondo che affascina ma terrorizza l’esperienza umana dell’autore. Egli, attraverso gli occhi di Saverio, durante la sua avventura surreale nelle realtà parallela, posta aldilà dei limiti di spazio e tempo, sottolinea quanto gli si pone innanzi, in modo puntuale e con tinte ora tenui ora fosche, e che, indubbiamente, provocano gli effetti del perturbante. Con “Il ritorno dall’inferno”, Michele Furchì forza la serratura del proprio mondo narrativo. Ha fatto della realtà meridionale il suo centro di gravità, un perno di piombo e sangue attorno al quale orbitano figure scolpite nella rassegnazione. Romanzi come muretti a secco: pietra su pietra, senza calce, tenuti insieme solo dal peso del reale. Qui invece il perno si spezza. L’asse terrestre del suo immaginario slitta. Furchì irrompe nel surreale, e lo fa, quasi, con violenza. Non è tradimento della sua poetica. È l’esasperazione di quella poetica. Perché il Sud di Furchì è sempre stato inferno: sopruso, mortificazione, umiliazione, avvilimento. Parole che nelle sue pagine non sono lessico ma stimmate. Ora quell’inferno da metafora diventa topografia. Saverio-Furchì scende, letteralmente, e la discesa è il compimento di tutte le cadute che i suoi vinti hanno già subìto. I personaggi che crea sono da sempre incisi dal destino. Il fato non è un’idea astratta: è un’ascia che inchioda. Ogni deviazione è una bestemmia contro l’ordine delle cose. E ogni bestemmia si paga. Su di loro grava la spada di Damocle, come già detto, ma è una spada che non cade: resta sospesa, perché il terrore della lama è più efficace della lama stessa. È il male di vivere montaliano che qui diventa inferno dei morti viventi.
Sono indesiderati nel mondo che abitano. Oppure sono trasparenti, naufraghi davanti agli occhi dei potenti che non li vedono, dei prepotenti che li guardano solo per calcolarne il peso. Le loro ansie sono rumore di fondo. Il Sud di Furchì è un’eco inascoltata.
In questo inferno di vivi, Furchì vede colui che fa tremare le vene e i polsi: Giuda Iscariota. Nome che è già condanna, suono malaugurante, fonema che ustiona la lingua. Il deicidio entra nel romanzo come un cuneo di tenebra assoluta. Non è citazione dotta. È necessità teologica e narrativa.
Perché se il male muove le fila dei vinti, allora il male assoluto deve avere un volto. E quel volto è l’Apostolo del bacio. Furchì non lo assolve, non lo psicanalizza. Lo restituisce alla sua funzione mitica: è l’archetipo del tradimento, il buco nero attorno a cui precipita ogni altra colpa. Nella folla di morti viventi, Giuda cammina come un re decaduto. È il degenere per eccellenza di un’umanità che ha smarrito il senno.
A metà strada tra l’Apocalisse di Giovanni e l’Inferno di Dante, come già detto prima, si muove Saverio. È l’alter ego di Furchì, ma è più corretto dire che è il suo corpo di dolore. Attraverso i suoi occhi, l’autore compie il viaggio. Non è un viaggio di conoscenza. È un contrappasso. Saverio rivive la visione di Patmos e la selva oscura non per ascendere, ma per sprofondare meglio.
Le scene sono apocalittiche, ma di un’apocalisse domestica, calabra. Non squillano le sette trombe: friniscono le cicale su campi riarsi, e quel suono è già giudizio. Non c’è il drago dalle sette teste: c’è la fame antica. L’inferno di Furchì ha l’odore del mosto andato a male e del pesce marcito al porto. È sublime e inquietante perché è riconoscibile.
Furchì-Saverio dipinge con due tavolozze. Tinte tenui quando racconta il ricordo della luce. Sono le immagini sublimi, icone di una pietà popolare che non salva ma consola. Sono il Bene, ma un Bene sconfitto, periferico, incapace di arginare.
Poi ci sono le tinte fosche. Sono quelle del perturbante freudiano: il familiare che si fa mostruoso. Il crocifisso che suda sangue nero. La processione dove i portatori hanno facce di demoni. Qui il Male non è metafisico. È biologico, carnale, sudato. Santi e diavoli si scambiano i vestiti. L’uno è il negativo fotografico dell’altro.
Per anni Furchì ha impiantato i suoi personaggi in realtà lontane nel tempo o coeve, ma sempre storicamente fondate. La Storia era la gabbia e la misura. Con “Il ritorno dall’inferno”, la gabbia si apre. Non c’è più spazio né tempo. C’è l’aldilà, che è un al di qua portato all’esasperazione.
Questo scardinamento non è una fuga. È l’unica via per dire la verità. Quando la realtà è già infernale, solo il surreale può descriverla. Solo l’eccesso può essere realismo. Furchì lo capisce e si condanna da sé al viaggio. La sua è una letteratura che si fa martirio: per raccontare i dannati, bisogna dannarsi.
Il figlio dell’uomo venne per lavare l’umanità dal peccato. Giuda lo riconsegna al peccato con un bacio. Nel romanzo, questo atto non è relegato al passato. Si ripete, si replica, si incarna in ogni sopruso, in ogni umiliazione che i potenti infliggono ai vinti. Ogni volta che un uomo tradisce un altro uomo per trenta denari, il deicidio si rinnova.
Ecco perché Saverio incontra Giuda. Non come curiosità storica, ma come specchio. Saverio, e Furchì con lui, deve guardare in faccia la possibilità del tradimento. Deve capire che l’inferno non è abitato solo da altri. L’inferno è una vocazione a cui tutti siamo chiamati. Scampiamo per grazia, o non scampiamo affatto.
Le pagine più forti sono quelle in cui Furchì sospende il giudizio e lascia parlare le immagini. Descrive, con minuzia maniacale, la materia dell’inferno: la consistenza della pece, il suono che fa un’anima quando si strappa, il sapore metallico dell’aria. Le frasi che si avvitano su se stesse, subordinate che generano altre subordinate, come gironi. La sintassi diventa labirinto. Il lettore si perde con Saverio.
E perdersi è necessario. Perché solo nella perdita di orientamento si dà l’esperienza del sacro e del demoniaco. Solo quando le categorie di bene e male smettono di essere etichette e diventano ferite aperte, la letteratura morde.
Tutti i vinti di Furchì sono il corpo di colui che è stato tradito, tutte le madri sono Maria ai piedi della croce. Il Sud è il Golgota. Ogni tribunale è il Sinedrio. Ogni Pilato si lava le mani. Furchì non fa allegoria. Fa anatomia. Seziona il corpo del dolore e ci mostra che dentro ogni cellula c’è l’intero organismo della Storia umana.
Il ritorno dall’inferno presuppone che dall’inferno si possa tornare. Saverio torna, sì. Ma torna con l’inferno negli occhi, nella lingua, nelle mani. Torna come Lazzaro: con il puzzo del sepolcro addosso. E chi torna dall’inferno non è più un vivo tra i vivi. È un morto che cammina, un testimone che nessuno vuole ascoltare.
È questo il destino dello scrittore, dice Furchì. Scendere, vedere, risalire per raccontare. Ma il racconto è una nuova discesa. Perché ogni parola scritta dopo la visione è un tradimento della visione stessa. Lo scrittore è sempre Giuda: bacia la verità per consegnarla al mondo, e consegnandola la uccide.
Così Il ritorno dall’inferno è un libro senza redenzione. E proprio per questo è un libro necessario. Perché ci costringe a guardare in faccia il male di vivere, a riconoscere i santi travestiti da diavoli e i diavoli travestiti da santi. Ci lascia sulla soglia, con in mano un libro che scotta e la certezza che l’inferno, in fondo, siamo noi quando smettiamo di tremare.
È un testo che non consola. Scava. E nello scavo, ci restituisce la dignità della ferita.
Castrolibero (cs) Aprile 2026
Antonio Mungo
Maggiori informazioni sul libro al seguente link: vai alla scheda.
Per acquistare il volume avete diverse possibilità.
- Coloro che risiedono nel circondario di Tropea-Capo Vaticano possono recarsi presso la mia sede, a San Nicolò, in Via Vaisette (accanto bar Shaker).
- Coloro che vivono fuori, compresi residenti in area UE, possono adoperare il mio sito, completando l’ordine alla seguente pagina: vai alla scheda.
- Il libro, ovviamente, è disponibile anche su una miriade di store online tra cui Amazon: Inferno Furchì su Amazon (cliccate sulla “dicitura “nuovo” nel box a destra della copertina).
- Potete anche recarvi in una libreria nel territorio italiano e fornire titolo e nome autore o editore, oppure il seguente codice: 9791281652323. In quest’ultimo caso disponibilità e reperibilità dipende molto da fornitore delle singole librerie, ma se libraio è esperto sa bene come fare per farvelo avere.
- Altro metodo, riservato soprattutto a coloro che non hanno dimestichezza con acquisti online è contattare direttamente il sottoscritto tramite email, telefono, whatsapp, messenger (nel banner in basso a destra vi sono tutti i miei contatti).
MarioVallone

