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“Un’opera  di grande rilievo, che fa riflettere sulla vita, sulla morte, sull’amore, sulla solidarietà e sulla speranza”

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“Il guerriero torna a casa per morire”

di Michele Furchí

Il Romanzo “Il guerriero torna a casa per morire” di Michele Furchì è un’opera che colpisce per la sua profondità e la sua capacità di trasportare il lettore in un mondo lontano, quello dell’Italia oppressa dal regime fascista, e, contemporaneamente, in una realtà, dalle sfumature variegate, di un minuscolo centro della Calabria, dove tutti si conoscono e tutti sanno di tutti.

L’autore, con arguzia, vivacità di ingegno e sottile ironia, che gli sono proprie, ci presenta un affresco della vita contadina di quegli anni, con tutte le sue difficoltà, le sue miserie, ma anche le sue bellezze e la sua umanità. I personaggi sono disegnati con maestria, ognuno con la sua personalità, le sue debolezze e le sue virtù.

Il protagonista, Cosimo, è un ragazzo dal cuore d’oro. La sua presenza è come un raggio di sole che illumina la vita di chi lo circonda, in particolare quella di Teresina, una trovatella martoriata dalla famiglia che l’aveva adottata.

La descrizione dell’ambiente contadino è vivida e dettagliata, con le sue strade polverose, le sue case umili, i suoi campi coltivati “col sudore della fronte” . L’autore ci fa sentire la fatica, la povertà, ma anche la solidarietà e l’ospitalità di quella gente che tira avanti attraverso mille difficoltà e si trova a vivere i disagi propri di una certa classe sociale e che si scontrano con problemi che, nella maggior parte dei casi, la sovrastano e la mortificano. 

La zia di Cosimo, per esempio, è un personaggio dal cuore grande, che accoglie Teresina come una figlia. Le sorelline del nostro giovane eroe, Roberta e Rosella, sono dolci e innocenti, e la loro presenza è un raggio di luce nella vita di Cosimo.

La madre, Domenica, è una donna forte e coraggiosa, che lotta per la sua famiglia, vendendo prodotti della terra a Tropea insieme con Lucia, una amica di sempre. E poi viene descritta la figura ingombrante deI padre di famiglia, l’antitesi di Cosimo: è, infatti, un ubriacone, uno scansafatiche che non si cura della sua famiglia e che provoca solo disavventure. E tra i personaggi che animano il piccolo centro del vibonese, figura rilevante è quella del 

medico Loiacono: competente e umano, si prende cura e non solo, in qualità di pazienti, di coloro che hanno bisogno delle sue cure. E quindi, personaggi che sembrano animare una commedia eduardiana e. che, invece vivono nella realtà umana di tutti i giorni. Tra questi, il maresciallo della locale caserma e l’agente Meloni. Sono rappresentanti dell’autorità, ma anche essi, in questo scenario surreale, hanno le loro debolezze e le loro paure.

Il mafioso locale è un personaggio raccapricciante, che tortura Teresina e che rappresenta la parte più oscura della società italiana di quegli anni.

Il racconto è pieno di emozioni, di colpi di scena, di personaggi che si intrecciano e si scontrano. L’autore ci fa sentire la sua partecipazione emotiva a ciò che narra, e la sua profonda psicologia nella descrizione di ogni personaggio.

Il romanzo è anche un’analisi della società italiana, in un periodo difficile, determinato da contraddizioni, ingiustizie, e, soprattutto, miserie morali. L’autore ci mostra come la vita di provincia possa essere un microcosmo della società più ampia, con le sue lotte, le sue paure, le sue speranze.

La scrittura di Michele Furchì è limpida, evocativa, piena di immagini e di emozioni. Il romanzo è un’opera  di grande rilievo, che fa riflettere sulla vita, sulla morte, sull’amore, sulla solidarietà e sulla speranza.

È pieno di colpi di scena, che animano le pagine e proiettano il lettore nell’ambiente descritto e lo invitano a partecipare ai ritmi che lo contraddistingue. Una società in cui vivono persone facili a maneggiare armi da taglio, a lasciarsi prendere dalla ebbrezza del vino che, in determinate occasioni, scorre a fiumi. E vi sono, poi uomini, facili all’ira ma fondamentalmente buoni. Michele li osserva mentre agiscono e sa guidare sulla buona strada chi, magari, nell’impeto, ha evidenziato aspetto difforme. E, poi, è attento ai ritmi che vivono e gode insieme con loro nella festa che unisce il centro rurale. L’appuntamento annuale della festa dei santi Cosma e Damiano che vede il paese vestito a nuovo e la gente affaccendata a superarsi proponendo tavolate surreali e addirittura anticipando l’uccisione del maiale, fonte di ricchezza e abbondanza, a settembre, quando, invece, il tempo proprio è il pieno inverno. L’abbondanza fa dimenticare la fame che angustia molte famiglie e che per il giorno della festa dimentica le ristrettezze economiche. In un certo senso, si perpetua il motivo del carpe diem, considerata la inesistente certezza del domani. Ed allora, quando si può, è bello dimenticare le brutture, nasconderle ai propri occhi e abbandonarsi alla illusione, sapendo che lo è realmente, perché, solo così, si può continuare a vivere in una realtà dove la speranza è evanescente e dura un battito di ciglia. Ed allora è bello fingersi una realtà parallela che faccia dimenticare quella urge e spaventa. E Michele sa alternare tali momenti. Con realismo estremo descrive il suo mondo, interagisce con i personaggi ai quali dà un’anima e che sono costretti da una maledizione biblica a fare i conti con il male di vivere. Però, spesso, forse perché li ama troppo, crea per loro momenti di stasi. E si abbandona al sogno, dove il male scompare, dove la sete di sangue, da danza selvaggia diventa sinfonia, in cui l’anima si rivela fanciulla e osserva il reale che è al di là della siepe, quasi magicamente, attraverso il sogno di un mondo nuovo, come il primo giorno della creazione. Michele sa creare, come sapeva farlo Pascoli, una cortina di nebbia che nasconde determinate brutture e fa continuare il sogno.

 “Nascondi le cose lontane,

nascondimi quello ch’è morto!

Ch’io veda soltanto la siepe

dell’orto,

la mura ch’ha piene le crepe

di valerïane.

Nascondi le cose lontane:

le cose son ebbre di pianto!

Ch’io veda i due peschi, i due meli,

soltanto,

che dànno i soavi lor mieli

pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane

che vogliono ch’ami e che vada!

Ch’io veda là solo quel bianco

di strada,

che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane…

E talvolta, anche Michele Furchí ci riesce.

Castrolibero, 17 gennaio 2026

Antonio Mungo 

 

Maggiori informazioni sull’opera al seguente link: vai alla scheda.

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MarioVallone

 

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