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Michele Furchì secondo Pasquale Vallone

La prefazione del libro “La fontana della morte” di Michele Furchì, da me pubblicato sol marchio Mario Vallone Editore., prefazioni firmata da Pasquale Vallone.

m.v.

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PREFAZIONE

Michele Furchì è pervaso dal piacere di scrivere.

Scrive, soprattutto, per diletto. Scrive per conoscere, non per farsi conoscere. Scrive per proporre, non per proporsi. Scrive per migliorare e completare se stesso. Gli piace romanzare, con la sua fervida immaginazione creativa, fatti e avvenimenti, di molti dei quali è venuto a conoscenza durante la sua lunga attività di barbiere, e li colloca bene nel tempo.

Il salone di barbiere fu sempre, specialmente nei paesi, un luogo di incontro dove i clienti facevano salotto, specialmente nelle lunghe, fredde e piovose serate d’inverno.

Colui che scrive ha un proprio stile, un proprio metodo, una propria, soggettiva ars scriptoria. Questa non si impara a scuola, è una qualità, una dote che uno ha dentro e la esprime.

Ognuno la esterna secondo la propria immaginazione e con i propri sentimenti.

L’autore trasmette nei suoi scritti le sue conoscenze, come un missionario della cultura. Ognuno nelle conoscenze della propria attività lavorativa è colto. Non tutte le conoscenze si acquisiscono sui libri, se così fosse tutti i laureati sarebbero colti. Ma molte conoscenze si acquisiscono con l’esperienza di vita, perché sono frutto di conoscenze e di esperienze di vita.

L’autore è espressione di una cultura popolare che non è un ridimensionamento del livello intellettuale e di istruzione di una persona, ma è una ricchezza che va valorizzata e, nei suoi scritti dà rinnovata forza e bellezza alla nostra vita quotidiana. Ognuno è grande, anche se nel suo piccolo, perché la grandezza nasce dalle piccole cose e con la concretezza, col sentimento, con la determinazione ognuno le fa diventare grandi. Il valore delle piccole cose è, spesso, inestimabile.

La storia raccontata in questo libro si svolge nel corso del cinquantennio che inizia alla fine del 1800 e termina con la Seconda Guerra Mondiale. Lo scenario è Zambrone e dintorni, precisamente Madama e la marina.

L’eloquio, il linguaggio è semplice e lineare, profondo nei concetti e nei sentimenti. I colloqui sono sempre ben esposti e argomentati, forbiti e appropriati alle circostanze, pervasi di intensità di sentimenti, di pietà, di pena, di paura, di commozione profonda, di passionalità, di turbamento e di struggimento, per cui suscitano intensa emozione.

Quella descritta è una storia ricca di avvenimenti e ricorrente, e come tale, di ogni tempo. Si esalta l’amore puro, semplice e sincero, l’amore che è il dono più bello del creato, e nulla e niente lo può fermare e/o frenare. Ma anche la passionalità e l’amore impetuoso, brutale e sensuale che, in un turbinio di passioni, spinge a compiere azioni biasimevoli. Chi è passionale si lascia andare… e può compiere qualsiasi misfatto… Amore anche combinato come, spesso, si conveniva nelle famiglie patriarcali, poi diventato passionale e sincero.

La lettura è scorrevole e serena, ma si avverte il turbamento delle passioni che esploderà in misura catastrofica.

Si dipana una storia complicata, una vicenda intrecciata e, in parte, vera, di contenuto anche vagamente narrativo, ma dallo svolgimento romanzesco. Dunque è una narrazione di una certa ampiezza di contenuti. Racconta fatti e vicende reali e immaginari, ma certamente verosimili, tali da tenere vivo l’interesse del lettore fino alla fine, e variamente intrecciati intorno ad un evento che sa tanto di “giallo”. Non finisce di stupire fino all’ultima parola…

Racconta l’amore e la passione…

Esplode la passionalità di una donna matura che aveva avuto un marito, che aveva una figlia, ma non aveva mai conosciuto l’amore, quello vero. Anzi lo ha vissuto con patimento fisico e intensa sofferenza in modo quasi irrazionale, violento e impulsivo. La passionalità fu, per lei, mettere in quello che si fa tanta malizia  e tanto desiderio, ma senza volgarità.

A mo’ di “intermezzo” e con richiami evangelici e mitologici, è raccontata una storia di un ragazzo che cerca la misericordia di Dio, e la trova perché Dio è misericordioso…

È il racconto prolisso e di ispirazione e similitudine evangelica della Divinum Lumen, la voce della: “Guida di tutti quelli che operano nel bene… Dove tutto è beatitudine… Guida e salvezza delle insidie del male…!”. Ma c’è anche la figura del maligno nelle sembianze di un caprone che spinge a rinnegare il proprio Dio con la promessa di false beatitudini. La Divinum Lumen è scesa sulla terra per dare luce a chi non vede la verità. Cita i dannati che espiano le loro pene nel Geenna, l’inferno, un luogo di eterna dannazione dove il fuoco brucia i peccatori e i cadaveri insepolti dei delinquenti.

Nel racconto si sviluppa il concetto della fede che altro non è che il “credere senza porsi domande”.

Tutto fa presagire la tragedia!

Suggestiva è la descrizione della costa e delle meravigliose spiagge di Zambrone e di Tropea, lungo il litorale del Tirreno. Sono parte della celebre Costa degli Dei.

Incisivi sono i tanti riferimenti: a Shakespeare “Ogni sazietà comporta l’apatia”, a Rousseau, al mito della Sibilla Cumana, alla Divina Commedia di Dante e precisamente al conte Ugolino che “La testa sollevò dal fiero pasto”.

Non mancano locuzioni latine: ius primae noctis (il diritto della prima notte) o dulcis in fundo (il dolce viene in fondo): il dolce giunge alla fine del pranzo.

Sono magnificamente descritti i dialoghi, che esprimono energicamente e in modo intenso i vari sentimenti. “L’amore è un bene profondo che unisce due cuori… E’ un sentimento di affetto e devozione che lega due persone… E’ il dono più bello del creato. Ma l’amore passionale è anche vertiginoso inganno che porta alla perdizione!”. Bello e patetico è l’innamoramento, non associato ad attrazione sessuale, di due giovani che non potevano sapere di essere fratelli da parte di padre, e il cui amore venne, fortemente, impedito da chi sapeva, con certezza, che uno dei due era frutto di un amore clandestino.

Nelle famiglie patriarcali di quel periodo, si esalta l’amore familiare, attraverso colloqui aperti tra genitori e figli. Viene descritta la campagna florida di frutti e di grano biondo come l’oro e i giardini odorosi di rose e altri fiori.

Non mancano richiami ad usanze del tempo, della società meridionale e calabrese in particolare, per esempio la figura dell’ambasciatore (u ‘mbasciaturi). Era usanza, fino agli anni Cinquanta, in tutte le famiglie di qualsiasi ceto sociale che, prima del fidanzamento, il pretendente la mano di una ragazza mandasse a casa di costei, una persona di sua fiducia e, spesso, di un certo ceto sociale, a garanzia di una seria proposta, il quale la chiedesse in sposa a colui che lo aveva mandato quale interposta persona. Era, quasi, una garanzia e/o un impegno contrattuale, tendente a “legalizzare” l’unione tra due giovani e cioè, prima il fidanzamento e poi il matrimonio.

C’è nel libro anche qualche detto un po’ proverbiale: quando due persone sono in trepidante attesa di una qualche notizia che potesse essere positiva o negativa, nell’incertezza, usavano dire: “I ceci sono cotti o stanno ancora a bollire?”.

La storia narrata tiene col fiato sospeso per l’evolversi e l’accavallarsi degli eventi, una storia che non finisce di stupire fino all’ultima parola…

  Pasquale Vallone

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