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Il giorno della riscossa…

Ennesimo “pezzo” de “Il garibaldino di Brattirò” di Michele Furchì (Mario Vallone Editore).

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La mattina di giorno 11, il giorno della riscossa, nella piccola piazzetta antistante la chiesa non vi era un centimetro di spazio vuoto.

Era gremita come se fosse la festa del patrono: giovani, vecchi e ragazzini, fin anche “u zu Geniu”, che aveva superato settanta anni (in quel tempo vivere fino a quella età significava essere stravecchi) si era presentato per essere arruolato.

Tutti stavano aspettando per essere reclutati ma, appena arrivato, don Gerolamo si innervosì e, dicendo che non era una fiera ma una situazione molto pericolosa, li ammoniva rimandando a casa tutti quelli che non erano stati scelti prima.

Vi furono molti che, desiderosi di partecipare, andavano sui gradini della chiesa e, togliendosi la camicia, facevano sfoggio dei loro muscoli, gridando all’indirizzo di don Gerolamo – Guardate…Guardate…Io sono il più forte, voglio esserci pure io. – Sì, rispondeva don Gerolamo, è vero, hai buoni muscoli però hai poco cervello.

Allora don Gerolamo prese con sé i giovani, che erano stati selezionati, e messili da parte – Voi andate con Diego e Lorenzo che vi porteranno sul posto. Poi, incazzatissimo, si rivolse a quelli rimasti – Andate subito alle vostre case e rimanete chiusi dentro fino a quando non sarete avvisati da qualcuno che vi dirà che potete uscire, avete capito!?… Perdio… Allora silenziosamente la folla scomparve, facendo come gli era stato comandato. In tutto il paese non si sentiva una mosca volare, vi era un silenzio tombale. Nel frattempo, i giovani vennero messi ai posti dove grossi mucchi di sassi erano già pronti per essere scagliati. IL sole stava salendo piano piano da dietro le montagne.

Quel disco ancora rossastro stava per diventare di un colore giallo come il metallo fuso e faceva presagire che il giorno sarebbe stato molto caldo, non solo meteorologicamente. Nelle vicinanze vi era un alveare di api color giallorosso, molto aggressive che se pungono danno un dolore insopportabile. Ronzavano passando vicino alle loro orecchie facendoli gesticolare con le mani nel tentativo di scacciarli.

La lucertola si crogiolava al sole e, di tanto in tanto, alzava la testa per guardare i ragazzi che, accaldati, trovavano sollievo sventagliandosi  con le loro camice.

Il sentiero roccioso gli era di fronte permettendo al rettile di nascondersi quando il caldo diveniva ancora più cocente. I giovani la guardavano e la invidiavano. Per loro non vi era nessun rifugio: dovevano stare all’erta per essere pronti a colpire. Il sudore gli colava dalla fronte bagnandogli tutto il viso. Con gli occhi appannati guardavano la strada bianca come il colore del tufo con cui era stata selciata.

Appariva ai loro occhi come una lastra di metallo bianco luccicante, che rendeva ancora più difficile la loro già precaria visibilità. Guardavano il boschetto, che era a pochi passi, e pensavano a quanto sarebbe stato delizioso potersi sdraiare sotto un bell’albero all’ombra per rinfrescarsi tutto il corpo che era madido di sudore come se fosse stato immerso nell’acqua.

Era passata ormai metà della giornata e di carrozze e cavalli non se ne vedeva nemmeno l’ombra, quando all’improvviso uno di loro sottovoce disse – Ragazzi, ci siamo, sento il rumore di una carrozza… (vai alla scheda del libro).

Michele Furchì

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