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La flora spontanea di Capo Vaticano

La relazione di Franco Laria autore del libro “Flora spontanea nel circondario di Capo Vaticano” (Mario Vallone Editore).

PRESENTAZIONE

L’elemento base dell’educazione ambientale, carente nella nostra zona, è la diffusione della conoscenza, sia dei singoli elementi che compongono l’ambiente naturale sia della complessa rete di relazioni che determina il funzionamento degli ecosistemi.   Questo libro coglie questa esigenza, promuovendo la conoscenza della flora e dei paesaggi vegetali di Capo Vaticano e dintorni rivolgendosi ad un pubblico vasto ed eterogeneo, sia per età che per competenze professionali.

In questo senso, il volume può rappresentare un importante punto di riferimento per recuperare la conoscenza della flora e della vegetazione e la loro importanza ecologica, economica e culturale, al lettore viene offerta la possibilità di conoscere la straordinaria diversità floristica, le specie endemiche, le specie rare e vulnerabili, le orchidee che vivono nei campi incolti.  Questo mio lavoro, è il risultato di numerose passeggiate per campi e sentieri incolti, fatte nel corso degli ultimi venti anni da un appassionato che in queste pagine spera di dare, il più correttamente possibile, un aiuto a tutti quelli che si avvicinano alla botanica, attraverso il riconoscimento dei fiori spontanei. E’ per questo motivo quindi, che invito tutti non a condividere forzatamente una passione che è mia, ma a rispettare e proteggere la nostra flora e tutto l’ambiente che la circonda, oggi ormai tanto deturpato e poco considerato da chi vuole essere il più alto gradino dell’evoluzione: l’uomo (Homo Sapiens Sapiens), che a volte dimostra, di non essere per niente sapiente, distruggendo la natura per superflui rendiconti personali, sottolineo superflui, e dimenticando che la natura quello che è suo alla fine se lo riprende.

Per acquisire le numerose informazioni di carattere botanico, naturalistico, paesaggistico ed ecologico illustrate, è indispensabile avere una base conoscitiva che ne faciliti la comprensione e non sempre questo tipo di competenza fa parte della formazione scolastica o delle conoscenze di coloro che mostrano interesse per i processi naturali nei loro aspetti fisici e biologici.

Nel libro le piante vengono classificate con la nomenclatura binomia introdotta per la prima volta da Carlo Linneo (Råshult 1707 – Uppsala 1778) un medico, botanico, naturalista e accademico svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi. La lingua scelta dagli studiosi è il latino. Il primo nome indica il genere, il secondo la specie. L’importanza del sistema binomiale deriva principalmente dalla sua semplicità e dal suo esteso uso. Lo stesso nome è valido in tutte le lingue, evitando così possibili difficoltà di traduzione.  Ogni specie può essere identificata inequivocabilmente da due sole parole; il sistema è stato adottato in campo internazionale in botanica (dal 1753), zoologia (dal 1758) e batteriologia (dal 1980). Questo perché in italiano come in ogni altra lingua, la stessa pianta ha nomi differenti secondo la località, dopo il genere e la specie viene indicata la famiglia di appartenenza perché la prima classificazione si fa individuando la famiglia i cui membri hanno la stessa conformazione del fiore. Per una fruizione e comprensione più immediata, nella titolazione dei paragrafi, in alcuni casi, si è scelto di privilegiare i nomi in italiano anziché quelli scientifici.

Essendo clima e substrato i principali fattori che regolano la vita delle piante, la flora è composta di specie le cui caratteristiche morfologiche e funzionali sono coerenti con l’ambiente in cui vivono. Il mondo vegetale è costituito da gruppi riguardanti a molteplici linee evolutive e comprende sia organismi semplici, sia con organizzazione strutturale più complessa.

Le piante rappresentano il livello trofico di base nella catena alimentare e sono dunque una risorsa insostituibile, da cui dipende la vita degli organismi viventi, tutelarle è quindi un obiettivo assolutamente primario, ma la protezione e la conservazione sono attuabili solo se sono sufficientemente note la consistenza e la qualità del patrimonio floristico di cui si dispone. Approfondire la conoscenzadi questa biodiversità è dunque il primo passo da compiere.

Progenitori selvatici delle piante coltivate.

Il mondo vegetale ha da sempre accompagnato l’uomo nel corso della propria

esistenza in termini alimentari, religiosi e curativi. Nel nostro Paese fino a pochi anni fa era comune raccogliere direttamente in ambiente naturale piante per la propria alimentazione. In molti casi queste piante sono progenitori selvatici di molte piante coltivate e componenti essenziali di ecosistemi naturali e agricoli. Raccogliere le piante eduli significa anche saper valutare nel suo insieme l’opera della natura integrata con quella dell’uomo che da sempre ha cercato di convivere positivamente con le limitazioni imposte dai processi naturali.

I vari usi delle specie vegetali nella conoscenza popolare sono oggetto di studio

dell’etnobotanica; più in particolare la fitoalimurgia si occupa dell’uso delle piante

spontanee a scopo alimentare. Si assiste ora ad un rinnovato interesse per questo patrimonio di conoscenze, ormai quasi esclusivo delle persone anziane, che costituisce un approfondimento culturale, oltre che uno svago, dando inoltre la possibilità di approfondire la conoscenza del territorio e degli habitat naturali, ve ne sono alcune ricercate anche per il carattere terapeutico.

Sono infatti riconosciute l’azione diuretica del soffione (Taraxacum officinale) e le proprietà depurative di altre piante amare come la cicoria (Cichorium intybus), e la radicchiella vescicosa (Crepis vesicaria), tutte da consumare dopo una leggera cottura in acqua che aiuta a ridurre il loro sapore amaro; abbiamo poi il  carciofo selvatico (Cynara cardunculus), di cui si utilizzano i capolini immaturi cotti. Nelle zone in cui l’utilizzo del suolo non è più di tipo intensivo, i campi a riposo sono ricolonizzati da specie spontanee (anche archeofite ormai rarissime come il fiordaliso, Cyanus segetum), scomparse nelle aree sovra sfruttate, che si caratterizzano per una flora molto diversificata, ricca di piante eduli. In questi ambienti, continuamente rimaneggiati, è caratteristica l’abbondanza di specie annuali, molte dei quali sono commestibili, come il papavero (Papaver rhoeas). La parte edule è costituita, nella maggior parte dei casi, dalle foglie giovani che, ciascuna con il proprio particolare sapore, vanno ad arricchire le insalate primaverili. Oltre alle annuali, si trovano anche specie perenni e tra queste, sono molto ricercate il caccialepre (Reichardia picroides), che predilige gli affioramenti rupestri, la rucola (Diplotaxis tenuifolia) e la pratolina (Bellis perennis), tutte da consumare crude in insalata. Mentre è ben noto il molteplice utilizzo in cucina del finocchio comune (Foeniculum vulgare), è meno conosciuto l’impiego e il sapore delle foglie della salvia minore (Salvia verbenaca) e della salvia dei prati (Salvia pratensis), che possono essere cotte in poca acqua e condite con olio e limone. Nelle aree che risentono maggiormente dell’influenza antropica, come nelle adiacenze di case abbandonate, stalle e vecchi muretti, sono comuni il cardo mariano (Silybum marianum) e l’iperico o erba di San Giovanni, piante dotate di notevoli proprietà officinali, non sempre debitamente apprezzate. Queste sono utilizzabili anche come specie alimentari, soprattutto dopo la cottura dei capolini, nel caso del cardo, e il fusto seccato dell’iperico che può sostituire il tè. Accanto a queste crescono il finocchio selvatico, ma anche la cicuta (Conium maculatum), grande ombrellifera caratterizzata da fusti cavi e macchiati di rosso, e dall’odore nauseante, che bisogna evitare e non raccogliere perché molto tossica, storicamente famosa la cicuta che bevve Seneca nel 65d.c.

Il mio libro cerca di far conoscere la flora delle nostre località, Capo Vaticano e Monte Poro, ponendo particolare attenzione non solo agli ambienti naturali, ma anche alle aree agricole.

Le specie vegetali minacciate in Italia

Molte specie vegetali sono minacciate di estinzione. Le piante più sensibile all’estinzione sono le orchidee, ho potuto personalmente accorgermi di questo, costatando che le orchidee del genere Ophris e Serapias da me fotografate non sono più reperibili, altre orchidee in via di estinzione sono: la scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus L., 1753) un tipo di orchidea dai fiori gialli e rossi che vive in sottoboschi umidi di latifoglie, conifere o faggete, l’orchidea italiana più minacciata per via della raccolta eccessiva; l’Orchidea fantasma (Epipogium aphyllum) creduta estinta per più di venti anni, necessita di un fungo per sopravvivere e può passare la sua intera esistenza sottoterra. Questa pianta vive in luoghi con un clima temperato e umido e deve il nome comune sia alla sua elusività che al delicato fiore bianco che sboccia nei mesi estivi all’apice del sottile stelo, tanto sottile da dare l’impressione che il fiore sia sospeso in aria, proprio come un fantasma. Questa rarità botanica è stata trovata in Calabria, nel parco della Sila nella foresta regionale di Lardone, in un sito che consta di una cinquantina d’individui e che quindi va considerato una delle stazioni più numerose .

 Altre piante invia di estinzione sono la palma nana , resiste perché in zone irraggiungibili dall’uomo, la wodwardia radicans.

          Le Orchidacee dal greco Orchis “testicolo” per la forma dei rizotuberisono da considerarsi la seconda per numero di specie dopo  quella delle Compositae. Le orchidee nostrane hanno un aspetto differente da quelle tropicali e, mentre queste ultime nei secoli scorsi erano ricercate da esploratori e fatte oggetto di mille studi per essere coltivate con successo anche in Europa, le nostre orchidee sono state dimenticate ed hanno così potuto diffondersi un po’ più tranquillamente, senza rischiare l’estinzione, poiché a causa delle loro dimensioni e della piccolezza dei fiori hanno scarso interesse commerciale. Oggi però, anch’esse vivono tempi non troppo felici, sopratutto per la raccolta indiscriminata effettuata dai gitanti domenicali e per il loro lento sviluppo (possono passare anche 5-15 anni prima che fiorisca il primo fiore). L’intera famiglia delle orchidacee è considerata a protezione assoluta su tutto il territorio nazionale.

In questo libro le piante sono catalogate in ordine alfabetico. Per ogni pianta viene assegnato il nome scientifico, la famiglia di appartenenza, etimologia del nome se disponibile, se è una pianta edule o velenosa, se è una pianta officinale, alcune curiosità sul suo utilizzo se disponibile.

Faccio ora alcuni esempi di piante elencate nel libro.

         Camomilla. Con i fiori di camomilla si preparano infusi notoriamente adoperati per le loro virtù blandamente sedative. In realtà la pianta non ha principi attivi ipnoinducenti, come la maggior parte delle erbe officinali che si usano contro l’insonnia, come la passiflora, il biancospino e la valeriana, ma al contrario, ha principalmente proprietà antispasmodiche, come la melissa, cioè produce un rilassamento muscolare, per la presenza nel suo fitocomplesso dei flavonoidi e delle cumarine. Queste combinazioni di principi attivi rendono la camomilla, un ottimo miorilassante, utile in caso di crampi intestinali, cattiva digestione, sindrome dell’intestino irritabile, spasmi muscolari e dolori mestruali.

         Iperico. L’iperico è chiamato con molti nomi comuni e volgari, la fioritura massima si ha verso il 24 giugno, ricorrenza di San Giovanni, da cui il nome popolare di erba di San Giovanni. Il nome scaccia diavoli, molto usato nei secoli passati, deriva dal fatto che quest’erba consacrata a San Giovanni e dalle molteplici proprietà terapeutiche, si riteneva fosse efficace contro ogni tipo di male.

Erba dal sapore amaro-dolciastro ad azione antidepressiva, sedativa, ansiolitica, rinfrescante. L’Iperico è usato in erboristeria da oltre 2000 anni ma oggi il suo uso è più diffuso che mai, è, infatti, una delle erbe medicinali più vendute negli USA, perché negli anni 80 si è scoperto che possiede proprietà antidepressive paragonabili a quelle delle specialità farmaceutiche, l’erba è quindi impiegata nella moderna medicina erboristica soprattutto nella cura della depressione lieve.

Attenzione: Secondo l’EMEA, l’Agenzia europea per i medicinali vi è rischio d’interazioni tra preparazioni di Hypericum perforatum e altri farmaci, probabilmente correlate all’induzione di alcuni isoenzimi del citocromo P450, che potrebbero provocare l’aumento del metabolismo e la riduzione della concentrazione plasmatica e degli effetti terapeutici di alcuni farmaci metabolizzati dal citocromo stesso, con conseguente possibile fallimento terapeutico. Questa raccomandazione viene anche riportata nel foglietto illustrativo dei farmaci antidepressivi.

In ultimo un breve cenno alle orchidee spontanee.

Come in tutte le piante anche nelle orchidee l’impollinazione è indispensabile per assicurare la continuità della specie. L’impollinazione delle orchidee è entomofila, affidata cioè agli insetti. Nelle specie appartenenti al genere Ophris l’impollinazione è però del tutto particolare e se vogliamo anche piuttosto bizzarra. L’evoluzione delle singole specie ha fatto sì che gli stessi fiori (in particolare il labello) per forma, colori e dimensioni, prendessero le sembianze di taluni insetti, per lo più api, bombi, calabroni, ecc. Con questo sistema l’insetto vero viene attirato dal fiore, (che in certi casi emana anche un particolare odore simile a quello della femmina) e tenta invano di accoppiarsi. Questo meccanismo, per un verso molto sofisticato, è, però anche assai pericoloso, infatti, in alcune orchidee, per la particolare conformazione del fiore, una sola o poche specie d’insetti sono in grado di effettuare l’impollinazione. Ciò significa che se per qualche motivo, l’insetto impollinatore viene a mancare, anche la pianta non è più in grado di riprodursi, e conseguente estinzione della stessa; a questa categoria appartengono  le orchidee del genere Ophrys.

Le orchidee del genere Orchis che assegnano il nome a tutta la famiglia sono dette così perché gli organi vegetativi sotterranei, i tubercoli, assomigliano ai testicoli, e per questo motivo erano anticamente considerate afrodisiache, tuttora questa credenza esiste in alcuni paesi. Come esempio abbiamo: Orchis papilionacea (Orchide a farfalla), Orchis simia (Orchide scimmia) e l’Orchis italica Poir., 1798, nota volgarmente come uomo nudo, deve il nome comune alla forma del labello del fiore che sembra imitare il corpo di un uomo, compreso il sesso, infine il genere Serapias, il nome del genere deriva da Sèrapis, dio egizio della fertilità, e fa riferimento alle presunte proprietà afrodisiache dei loro rizotuberi.

Grazie per la vostra cortese attenzione.

Franco Laria

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